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Esther  Mujawayo Esther Mujawayo
Psicoterapeuta
The Association of Widows of the Genocide, Ruanda


Nata in Ruanda nel 1958, Esther Mujawayo, sociologa, svolge l'attività di psicoterapeuta a Dusserdorf occupandosi prevalentemente delle persone che hanno subito traumi psichici post-bellici. Scampata con i suoi tre figli al genocidio dei Tutsi avvenuto in Ruanda nel 1994, dove ha perso suo marito e molti dei suoi parenti, nel luglio dello stesso anno ha fondato un'associazione non governativa di donne vedove, Avega, che ha come scopo di aiutare le donne sopravvissute all'eccidio, in particolare quelle che sono state vittime degli stupri.

In collaborazione con la giornalista Souâd Belhaddad ha scritto, nel 2004, SurVivantes: Rwanda, dix ans après le génocide, in cui descrive la sua vita dall'infanzia serena in un villaggio di pastori sulle colline ruandesi fino al suo arrivo in Germania, e nel 2007 Il fiore di Stéphanie La Fleur de Stéphanie: Rwanda entre réconciliation et déni, che costituisce una testimonianza eccezionale sulla delicata politica di riconciliazione nazionale messa in atto dal governo ruandese per assicurare la convivenza pacifica tra vittime (Tutsi) e carnefici (Hutu) di un tempo.

La missione di Esther Mujawayo, dacché ha avuto inizio la sua esperienza di superstite del genocidio subito dalla popolazione tutsi in Ruanda, è stata duplice: da un lato, svolgere la professione di psicoterapeuta per aiutare concretamente, attraverso l'associazione Avega, le donne sopravvissute all'eccidio a trovare il coraggio e la forza di sopravvivere, dall'altro, offrire al mondo intero, con la sua testimonianza, un'occasione di riflessione sui crimini di guerra nell'età globale, dove il destino di molti conflitti è quello di essere in determinati periodi al centro dell'attenzione mondiale grazie ai potenti mezzi di comunicazione di massa che oggi sono in grado di annullare distanze di spazio e di tempo e rendere tutti contemporaneamente partecipi delle atrocità che vengono commesse in tutt'altra parte del mondo ma, allo stesso tempo, spesso finiscono ben presto per essere trascurati da quegli stessi mezzi di comunicazione quando subentra un altro conflitto o quello fino ad allora meritevole di seguito non è più appetibile in termini di audience. Che è proprio quanto è accaduto con riferimento al Ruanda, dove in aggiunta allo scarso interesse dei mezzi di informazione, è mancato un tempestivo intervento della comunità internazionale.

Nonostante l'istituzione di Commissioni di Inchiesta e appelli di ogni genere da parte delle associazioni umanitarie, l'ONU, infatti, non è riuscita a prendere una decisione utile a porre fine ad un conflitto che di fatto non allarmava oltremodo gli Stati membri dal momento che non ledeva nessun loro interesse strategico.

Le conseguenze del genocidio oggi pesano soprattutto sulle donne ruandesi, molte delle quali sono ragazze che hanno subito violenze sessuali, sono rimaste incinte, sono state contagiate dall'AIDS. Un terzo di loro è rappresentato da vedove che hanno dovuto assumere il difficile ruolo del capofamiglia. Su di esse, pertanto, gravano compiti più complessi di quelli caratterizzanti gli squilibri di genere delle società africane, dal momento che è in gioco non solo la ricostruzione del paese, ma l'assimilazione del genocidio e della guerra nella memoria storica delle generazioni future.

Nell'attività che la Mujawayo svolge come conferenziera da una parte all'altra dell'Europa, il tema della paura, oggetto di dibattito del WSS, è ricorrente. Tra le donne sopravvissute, e dunque condannate a vivere con il dolore della memoria e l'immenso vuoto sociale venutosi a creare, la paura è infatti il sentimento prevalente. Innanzitutto, la paura di diventare folli. La follia, in particolare, viene paventata come possibile conseguenza dell'incapacità di gestire l'enorme vuoto affettivo e conseguentemente identitario, sentito avvertito in quanti sono stati socializzati nella cultura e nella società ruandese dove il senso della famiglia allargata è stato da sempre molto forte e fondamentale per rinvigorire e rafforzare i legami di appartenenza e quindi d'identità.

Nei ricordi delle sopravvissute, tuttavia, la paura della follia è incrementata, oltre che dalla scomparsa delle persone care, dal pensiero costante relativo al modo in cui le stesse sono venute meno, alla lenta e straziante sofferenza sopportata prima della morte. A questo riguardo, nel libro Il fiore di Stephanie, Esther Mujawayo i momenti spietati del confronto tra le vittime e gli assassini durante i gacaca, i tribunali tradizionali rimessi in funzione dopo il genocidio per affrontare lo spinoso problema dello smaltimento degli innumerevoli processi contro i carnefici, dove in cambio di riduzioni di pena veniva chiesto agli assassini di rivelare la verità sugli ultimi momenti di vita delle loro vittime, così come sui luoghi dove erano stati abbandonati i loro corpi. Un'ulteriore violenza, questa, che ha contribuito a alimentare tra i sopravvissuti un diffuso senso di colpa, generato sia dall'essere rimasti vivi, sia dal non aver dato degna sepoltura ai propri defunti, da cui è derivata spesso l'impossibilità di portare a termine il processo di lutto e, dunque, di rielaborazione del trauma.

Non ultima, la paura che nasce dal dramma del terribile sospetto verso il vicino, il sospetto di relazionarsi quotidianamente con i potenziali assassini dei propri cari o gli stessi propri stupratori. In tal senso, le testimonianze riportate parlano di donne che tornano a fatica alla loro vita quotidiana, dominate dal terrore sordo della prossimità con i carnefici loro o dei loro familiari, i quali, una volta tornati liberi, fanno visite di "cortesia" alle loro vittime, lasciando intendere che il tempo dell'impunità potrebbe tornare, o che semplicemente con la loro presenza rappresentano una minaccia costante che tormenta la loro mente.

Quanto Esther Mujawayo porta all'attenzione dell'opinione pubblica, soprattutto occidentale, costituisce, da questo punto di vista, non solo un documento delle immani rovine di un'umanità vilipesa nella sua dignità ma anche una denuncia degli effetti perversi prodotti dalla diffusione di ideologie razziste, quali quelle che, come nel caso specifico, hanno affermato l'inferiorità delle popolazioni africane per giustificare il dominio coloniale. Il cui pericolo è ancora oggi in agguato, ogni qual volta, nella società globale e globalizzata, la paura dell'Altro, il quale rappresenta archetipicamente ciò che non si conosce, ciò che non si è o ciò che, in un modo o nell'altro, è differente da ciò che si conosce (il Diverso), diventa l'occasione del rifiuto, se non della sopraffazione, dello straniero, cioè colui che ha usanze, tradizioni, lingua, religione, e magari pelle diverse dalle proprie.

 
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