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Daniel  Bell Daniel Bell
Filosofo della politica
Tsinghua University di Pechino, Cina


Nato a Montreal in Canada nel 1960, Daniel A. Bell, filosofo della politica, è Professore alla Tsinghua University di Pechino dal 2004. Ha studiato Psicologia alla McGill University in Canada e Politica all'Oxford University nel Regno Unito. Ha insegnato all'Università di Hong Kong. E' il primo docente straniero in discipline umanistiche dai tempi della Rivoluzione Culturale di Mao ad essere ingaggiato dall'Università di Pechino in cui si forma gran parte dell'élite politica cinese.

Collabora con le testate The Guardian (UK) e New York Times (USA) e le Riviste Dissent (USA) e Reset (ITA). E' autore di numerosi saggi, tra cui Communitarianism and Its Critics (1993) e East Meets West (2000), Beyond Liberal Democracy: Political Thinking for an East Asian (2006). Nel 2008 ha pubblicato China's New Confucianism: Politics and Everyday Life in a Changing Society dove sostiene che il processo di democratizzazione della Cina non passa attraverso l'adozione di un modello occidentale, bensì attraverso la riscoperta delle proprie radici confuciane.

Al WSS Daniel A. Bell porta il suo contributo alla comprensione delle trasformazioni che investono la società moderna nel XXI secolo. In particolare, al centro della sua riflessione scientifica c'è il problema di come al giorno d'oggi differenze profonde di cultura e di valori finiscono per rimodellare le istituzioni chiave della modernità nelle diverse civiltà. L'oggetto privilegiato di indagine è la civiltà cinese dove, stante l'ideologia ufficiale del marxismo che accetta il capitalismo come fase transitoria per accelerare lo sviluppo, hanno preso forza alcune correnti riformatrici, la cui principale fonte di ispirazione sembrerebbe essere il confucianesimo. E' per questo che, nella sua opera più recente dedicata al Nuovo Confucianesimo in Cina, Bell afferma che, se si vuole che i diritti umani, la democrazia e il capitalismo si radichino e producano frutti benefici nell'Asia orientale, li si deve adattare alle realtà economiche e politiche contemporanee dell'Asia orientale stessa e a valori di tradizioni politiche non liberali come il confucianesimo e il legalismo.

Il ritorno alla dottrina di Confucio si spiega con la constatazione di un grande vuoto morale quale risulta per esempio dagli episodi di corruzione e di malgoverno che hanno caratterizzato di recente la società cinese e che rischia di essere riempito dalle religioni e dal nazionalismo. Ma si spiega soprattutto col fatto che si presta ad essere una formula perfetta per una Cina che sta correndo al massimo sulla locomotiva di uno sviluppo che le ha profondamente cambiato i tratti somatici e che allo stesso tempo sa bene che il segreto per un domani compatibile e "armonioso" non è copiare l'Occidente, ma riscoprire e reinterpretare il senso profondo di quegli Asian Values che sono all'origine di tutto. Il che vuol dire essere competitivi, pronti negli affari e capaci nell'organizzazione, ma anche dotati di un equilibrio interiore che liberi tutto il potenziale vitale.

Nella visione politica dell'attuale leadership viene data, perciò, priorità alla realizzazione di una "società armoniosa", la cui attuazione è posta in una posizione di assoluta preminenza tanto da diventare lo scopo supremo nonché il principale slogan della propaganda politica. La realizzazione di questo modello è finalizzata a redistribuire più uniformemente la ricchezza creata dallo sviluppo economico, a ridurre contraddizioni e squilibri causati dalla strabiliante ma selvaggia crescita economica degli ultimi anni, a creare maggiore giustizia ed equità sociale, dal momento che l'aumento del benessere collettivo rimarrebbe fine a se stesso se non fosse equamente condiviso dai diversi strati sociali, evitando che alcuni ne beneficino più di altri. E' opinione comune tra gli studiosi, infatti, che le principali contraddizioni sociali nella Cina contemporanea siano causate da un'eccessiva polarizzazione nella distribuzione della ricchezza, la quale finisce per generare antagonismo e conflitti tra i diversi strati, minacciando l'armonia e la stabilità. Ma un'equa redistribuzione della ricchezza deve essere, altresì, accompagnata dal coordinamento degli interessi tra i vari strati, evitando conflitti tra i diversi gruppi sociali, tutelando i diritti e gli interessi dei cittadini, seriamente minacciati da comportamenti illeciti, in modo da assicurare giustizia ed equità sociale per tutti. In una società dove i bisogni sono diversificati ed esiste una molteplicità di gruppi di interesse, l'essenza di una "società armoniosa" consiste quindi nella capacità della struttura sociale di bilanciare e coordinare tale pluralità di obiettivi diversi.

Il modello di "società armoniosa" potrebbe essere considerato, tuttavia, solo un ennesimo vuoto slogan di propaganda se non fosse saldamente ancorato, e dunque legittimato, al concetto di armonia presente nella cultura cinese tradizionale e in modo specifico nella dottrina confuciana, nella quale assume grandissima importanza. Il sapere locale è, in tal senso, essenziale per contributi realisticamente e moralmente informati ai dibattiti sulla riforma politica della regione, così come per la mutua conoscenza e il mutuo arricchimento delle teorie politiche. E' importante notare, infatti, che il Confucianesimo "facilita e aiuta a conservare certi tratti caratteristici del capitalismo dell'Asia orientale", moderando l'individualismo capitalista attraverso la coscienza sociale comunitaria e il ruolo paternalista dello Stato, allo stesso modo in cui nell'Europa continentale ha contribuito a fare la religione cristiana.

Per la dottrina di Confucio la natura e l'uomo costituiscono un'unità imprescindibile e inseparabile. Riconoscendo l'intrinseca superiorità della natura rispetto a se stesso, l'uomo le deve grande rispetto, non deve prevaricarla e danneggiarla, come invece è avvenuto nell'era moderna. Se il rapporto uomo-natura è molto rilevante all'interno di questa concezione, altrettanto lo è nella visione politica attuale finalizzata all'edificazione di una "società armoniosa" nella misura in cui ci si rende finalmente conto di come la crescita economica non possa più essere perseguita a spese dell'ambiente complessivamente inteso, ivi compreso dunque quello sociale. All'armonia generale l'essere umano, pertanto, può fornire un proprio contributo conducendo una vita ispirata ai principi di virtù e moralità.

Il Confucianesimo, in quanto sistema etico, ha una visione del mondo e della società regolata da norme morali di condotta, che sono allo stesso tempo norme sociali, necessarie per stabilire l'armonia tra le persone e nello Stato. Tali norme devono essere interiorizzate e messe in pratica per poter risolvere i problemi sociali e dell'umanità. L'armonia nazionale sarà il risultato di quella dei diversi strati e gruppi sociali all'interno di ciascun paese, delle differenti categorie professionali e delle varie etnie e nazionalità. L'armonia sarà una condizione di pace ed equilibrio nei rapporti interpersonali tra individui e nei rapporti tra l'individuo e la società, nella totale assenza di conflitti personali e sociali.

Dunque, è proprio guardando dentro di sé, e in particolare alle sue radici confuciane, che il gigante asiatico potrebbe lentamente aprire alla democrazia il suo sistema politico. E' questo il messaggio che Bell intende dare a quanti in Occidente credono che fuori dei propri confini ci sia poco da imparare e tutto da (culturalmente e economicamente) conquistare. Ai teorici liberal-democratici occidentali che difendono l'idea dell'esportazione della democrazia da parte dell'Occidente e che considerano arcaici e politicamente pericolosi i difensori degli "Asian Values", egli ha il merito di ricordare che non esiste un modello unico di sviluppo ma che nella regione dell'Asia orientale esistono alternative moralmente legittime alla democrazia liberale di stile occidentale.

 
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