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Intervento di Bill Emmott (Economista, GB) al World Social Summit
L'impatto della globalizzazione

Sintesi dell'intervento

Gli eventi che si sono verificati negli ultimi tempi nei mercati internazionali hanno ulteriormente amplificato sui media un sentimento di paura per i processi della globalizzazione. Ma la domanda che pongo è "la globalizzazione implica che bisogna temere i mercati, e che questi possono produrre crisi economiche su scala globale?"

La mia risposta è no, in realtà fenomeni come quelli che hanno coinvolto di recente il mercato finanziario americano sono il risultato del capitalismo, sono intrinseci ad esso, e non vengono generati dalla globalizzazione.

Crisi di questo genere si sono abbattute anche su economie molto diverse da quella americana degli anni 2000 estremamente liberista e aperta, ad esempio in Giappone negli anni 90, dove il controllo del governo è invece sempre stato tradizionalmente molto forte. Esistono invece dei cicli frequenti di speculazione capitalista, che portano a regressioni di questo tipo. La globalizzazione non è un fenomeno nuovo, ed esiste da quando esiste il commercio, e non introduce categorie nuove nel pensiero economico: gli scambi tra l'Italia e la Cina non sono diversi da quelli tra il Lazio e la Lombardia. Ciò che cambia, invece, è la psicologia, la percezione e la politica che, in un mondo globalizzato, rimangono ancorate al livello locale: le elezioni riguardano territori delimitati, e anche i media diffondono shock quando portano all'attenzione del pubblico, come se fossero fenomeni nuovi, processi che si sono sviluppati nel corso di decenni, come la crescita della competitività cinese o il riscaldamento globale. Eppure come la globalizzazione ha arricchito l'Europa e gli Usa nel secondo dopoguerra, ha arricchito Venezia nel medioevo e l'Inghilterra nel IX secolo, oggi può attutire gli effetti delle crisi finanziarie: la crisi del '29 è stata così profonda anche perché si è abbattuta su una economia molto chiusa. Oggi ci sono invece moltissimi capitali esteri, soprattutto asiatici, che sono pronti a sostenere il sistema finanziario americano.

La globalizzazione oggi sta diffondendo benessere con grande rapidità, in paesi che eravamo abituati a considerare poveri, e molto probabilmente è più parte della soluzione per le crisi finanziarie che una causa di esse.



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