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Intervento di Anthony Giddens (London School of Economics, GB) al World Social Summit
Riflessione sulla paura e sulla politica

Sintesi dell'intervento

Tutti sono d'accordo sul fatto che sia in corso un riscaldamento globale, ma le reazioni sono diverse. A questo proposito la società è divisa in tre categorie: gli scettici verso il rischio, i profeti di sventura e gli scienziati.

Gli scettici dicono che non c'è un rischio per l'umanità e di non preoccuparsi. Secondo questa visione, il mondo è qualcosa di solido, robusto. Vedono la terra come qualcosa più forte di noi. Poi c'è la visione dei profeti di sventura: più il gas serra resta nell'atmosfera, maggiori saranno i danni. Questo è l'atteggiamento più frequente nell'opinione pubblica. Si tratta di una visione convenzionale, influenzata dal movimento verde. Secondo questa visione, stiamo causando dolore alla terra. C'è di fatto un terzo gruppo di opinionisti: i radicali. Loro non sono giornalisti, osservatori casuali, ma sono scienziati. Secondo questo gruppo, il fenomeno del surriscaldamento globale è inquietante e procede velocemente. Non seguirà un percorso graduale, una crescita esponenziale, ma sarà improvviso, con conseguenze drammatiche.

Il XX secolo è stato definito da Eric Fromm "l'epoca dell'ansia". È stato dominato dal confronto tra le due superpotenze con possibilità concreta di guerra nucleare. Il rischio del cambiamento climatico è solo uno dei rischi prodotti dalla fine della natura, allora la scienza e la tecnologia trasformeranno tutto.

La caratteristica del nostro tempo è la profezia della fine, non più prodotta dai profeti, non più scritta dagli scienziati. Tuttavia ci sono tre punti principali che vengono sottolineati: nel XXI secolo la popolazione è più sana, si vive di più e c'è un grande sviluppo economico in Cina, Brasile e altrove. È un secolo in cui il progresso scientifico ha arricchito la società di nuovi valori. Ma non bisogna per questo sottovalutare i rischi connessi alle altre questioni.

Uno dei motivi per cui si ha paura è che molti fraintendono la natura del rischio. Nel settore pubblico si tende a presentare la peggiore delle ipotesi come rischio reale. Questo genera come conseguenza che la popolazione è molto più spaventata di quanto dovrebbero essere e si prendono misure controproducenti, come quelle contro l'11 settembre. Ecco un paradosso: la reazione agli attacchi alle Twin Towers è stata di smettere di volare; il risultato è che si è preferita la macchina e quindi ci sono stati molto più incidenti stradali, con vittime che prendendo l'aereo si sarebbero forse salvate. La percezione del rischio non è comparabile con il rischio reale.

C'è poi il tema dell'amplificazione delle paure da parte della politica e dei media. I politici le amplificano per il proprio tornaconto. Non sostengo i profeti di sventura, ma nemmeno gli ottimisti che sottovalutano tutti i rischi, inclusi quello del cambiamento climatico.

Negli ultimi anni mi sono immerso nell'osservazione dei cambiamenti climatici. Sono sicuro che ci sarà un cambiamento climatico. Insomma, non sempre le paure sono esagerate, non sempre le ansie si fondano sull'irragionevolezza. C'è una frattura tra ciò che succede oggi e un futuro astratto, così le paure si riflettono solo sul nostro quotidiano. Il climate change viene relegato in un angolino, non viene mai messo in primo piano, e nel frattempo le persone vivono la loro vita come prima. Bisogna invece trasformare il cambiamento climatico in un chiodo fisso.

Come si risponde al rischio? Anche i più conservatori parlano del 2050 come l'anno della svolta, a meno che non si inverta la tendenza. Bisogna abbandonare la solita politica che non ci farà considerare il cambiamento climatico come problema primario. Il cambiamento climatico non rientra in una categoria di destra o di sinistra. Occorre una visione radicale, che sarà la chiave nella politica del futuro.



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